E’ IL TECNICO CHE DEVE ADATTARSI AI GIOCATORI E NON VICEVERSA

Dopo tanti anni che seguo il calcio ho imparato quali sono gli schemi preferiti di ogni allenatore. Può sembrare strano, ma credo di conoscere il modulo o i moduli di riferimento dei tecnici che hanno allenato negli ultimi cinque anni in serie A o B italiana. Spero sempre di sorprendermi e vedere un mister attuare uno schema diverso da quello a lui più congeniale, ma alla fine, quasi come una sorta di attrazione, il tecnico cerca di portare nella sua squadra il suo modulo, facendo in modo che sia il team ad adeguarsi a lui e non il contrario (Art.: La match Analysis ti permette di capire l’anima di una squadra leggi qui).

Sono pochi quelli che sono davvero in grado di tagliare l’abito su misura alla squadra e quindi adeguare lo schema di gioco alle caratteristiche fisiche e tecniche dei giocatori a disposizione: Conte è passato dal 4-4-2 di Arezzo ad una sorta di 4-2-4 nelle esperienze di Siena e Bari, per poi arrivare alla Juventus e giocare con un centrocampo schierato a tre uomini, tanto con difesa a tre (3-5-2) che a quattro (4-3-3) e poi andare al Chelsea e vincere il campionato con una sorta di 3-4-3. Praticamente ha vinto con tutti gli schemi, forse gli manca solo il 4-2-3-1.

Il tanto criticato Allegri cambiava schema di gioco di partita in partita a seconda degli avversari e delle condizioni fisiche dei suoi. Partì alla Juventus dal 3-5-2 ereditato da Conte, per poi passare a una difesa a quattro con tutte le varianti possibili e comunque tornare a difendere a tre quando le condizioni fisiche di Barzagli e Chiellini (Art.: Il difensore deve sapere difendere leggi qui) glielo consentivano. Anche lui è stato capace di vincere non fossilizzandosi in un unico schema, parlando più genericamente di concetti che era stato capace di inculcare nei suoi. Sarri è stato bravo a passare dal 4-2-3-1 delle sue precedenti esperienze al 4-3-3 di Napoli, ma non ha mai schierato le sue squadre con una difesa a tre (non vuole essere una critica, perchè parliamo di un “maestro”). Ventura ha sempre lavorato con il 3-5-2 per poi seguire le orme di Conte a Bari e passare ad un 4-4-2 molto offensivo quando gli subentrò, che ha portato anche a Torino per i primi anni, prima di tornare al 3-5-2 che sta proponendo adesso alla Salernitana. Pasquale Marino all’inizio della sua carriera lavorava con il 3-4-3 per poi passare al 4-3-3 negli anni successivi e tornando in certe occasioni alla difesa a tre, mai prescindendo però da tre giocatori offensivi.

Questi sono gli esempi di tecnici che sono riusciti a proporre più moduli di gioco nella loro carriera, poi ci sono quelli che si sono evidenziati per la bravura nel proporre il loro modulo di riferimento: Zeman non ha mai potuto prescindere dal 4-3-3 o Novellino ha vinto molti campionati con il 4-4-2.

Non vedo nulla di sbagliato quando un tecnico ha la fortuna di partire dall’inizio della stagione e cerca di proporre il suo modulo di riferimento andando a scegliere con il direttore sportivo i giocatori adatti (Art.: Chi deve costruire la squadra tra il direttore sportivo e il tecnico? Leggi qui).

Ci lavora dal ritiro e cerca di dare la sua fisionomia al team, insegnando il suo calcio e impartendo i suoi concetti. Il discorso cambia radicalmente se un tecnico subentra in una compagine fatta da altri e cerca di adeguare la squadra ai suoi desiderata, solo perché sa insegnare un solo modulo. Davvero pochi sono in grado di adeguarsi ad una squadra definita da altri e cercare di prendere il massimo dal materiale a disposizione: se hai un mediano che sa solo rompere il gioco e non ha qualità offensive mi dici come fai a proporre un centrocampo a tre (Art.: Il centrocampista deve avere due fasi leggi qui)? Dove lo metti? A fare il regista? E ti inventi che vuoi quantità davanti alla difesa, solo perché conosci e sai insegnare un solo modulo di gioco. E pure è così. C’è addirittura chi subentra nel turno infrasettimanale e propone immediatamente la difesa a tre in una squadra che ha sempre giocato a quattro. Perché è rigido e vede il calcio solo in quella maniera e perché sa dare solo i dettami di quel tipo di modulo.

Ecco dove diventa importante il direttore sportivo che deve fungere da contraltare del mister ed aiutarlo a sbagliare di meno (Art.: Il legame tra direttore sportivo e tecnico leggi qui).  Un giocatore spostato da un ruolo ad un altro dello stesso reparto può passare da essere un giocatore normale, ad uno che fa la differenza.

Per cui il tecnico quando subentra deve, a mio parere, all’inizio non rivoluzionare le abitudini tattiche della squadra e cercare di capire se con un altro modulo la squadra possa migliorare, che non necessariamente è il suo modulo di riferimento, ma che potrebbe addirittura essere quello utilizzato dal precedente mister, cambiando qualcosa magari nell’interpretazione e dando la sua idea di calcio che può essere più offensiva o più difensiva. Più che il modulo, deve correggere gli errori del predecessore o al limite, dato il modulo, cambiare gli uomini in campo, perché magari in panchina ci sono giocatori più forti non considerati dal predecessore o che magari, approfittano del cambio di tecnico per proporsi con maggiore determinazione (Art.: Cosa cerco in un calciatore leggi qui).

Per cui sono richieste qualità di grande flessibilità che, unite all’esperienza, possono dare un’impronta anche da parte del mister che subentra che, non può perdere troppo tempo, ma deve essere in grado di fare la diagnosi e somministrare i giusti correttivi per invertire la tendenza.

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