L’ANNO SABBATICO DEL DIRETTORE SPORTIVO

La professione del direttore sportivo per quanto possa generare fascino incredibile – in quanto si parla della persona cui è demandata in una squadra di calcio la costruzione tecnica del team di gioco – non è assolutamente semplice. 

Troppi sono gli aspetti da considerare e troppe le varianti a cui bisogna far fronte.

Si pensa dall’esterno che il direttore sia solo colui che fa le scelte dei giocatori (Art.: Seguire un metodo di scouting leggi qui) e poi cerca di acquistarli, ma questa è indubbiamente una delle sfaccettature in cui si ripartisce la sua professione, forse quella con più fascino, ma non certo l’unica.

Ce ne sono di molte altre, che toccano la conoscenza degli aspetti amministrativi, degli aspetti finanziari e poi, possiamo inserire la categoria forse più importante che rientra tra le sue prerogative, che è quella della “gestione degli equilibri”, cioè quella di ammortizzare gli imprevisti e le piccole scosse telluriche che in ogni squadra sono all’ordine del giorno. 

Deve supportare poi il mister nei rapporti con collaboratori e nei confronti dei giocatori, deve da un lato facilitarne il lavoro e dall’altro fungere da contraltare tecnico dell’allenatore, cioè deve rappresentare la persona con cui il mister si confronta quotidianamente, ed è importante che tra i due ci sia stima reciproca, ma non ci sia sempre uniformità di vedute, pena la mancanza di confronto propedeutico alla crescita. 

Poi il direttore sportivo è il riferimento delle persone che lavorano per la società in ruoli non tecnici, spesso il legame dei giornalisti, ma soprattutto è il referente del presidente, quello che deve gestire la sua società sotto il profilo sportivo.

Molti dei compiti di un direttore sportivo poi variano a seconda della categoria in cui milita la squadra e della possibilità di servirsi o meno di collaboratori, cui demandare qualcuna delle sue responsabilità.

Fatto il quadro d’insieme, possiamo dire che per svolgere il ruolo c’è bisogno del possesso di qualità intellettuali e di cultura, che non sono solo quelle indubbiamente preminenti di conoscenza delle dinamiche puramente tecniche, ma un buon direttore deve avere conoscenza degli aspetti comunicativi, che gli devono permettere di rapportarsi con ogni componente della società con linguaggi differenti adattandosi all’altrui cultura, deve avere conoscenza delle dinamiche finanziarie, deve essere poi un buon psicologo per adattarsi alle varie personalità e soprattutto, a quella del presidente che deve conoscere bene per coinvolgerlo nelle scelte.

Deve essere quindi un maestro di diplomazia.

Sono davvero tante le qualità richieste a chi detiene questo ruolo, che molte di esse possono essere migliorate. Ma per fare il salto di qualità nello sviluppo, ci vuole tempo e quindi, sono un fervente sostenitore che ogni 3-5 anni di attività, un buon direttore tecnico deve fermarsi e prendersi un anno sabbatico, allo scopo di “ristrutturarsi” per ricollocarsi meglio dopo. Deve investire questo tempo anche per riflettere a freddo sugli errori commessi (Art.: Il clamoroso errore di acquistare i giocatori dopo una manifestazione importante leggi qui), sullo studio di nuovi modi di gestione considerando che il mondo va avanti e non si può rimanere ancorati alle vecchie tendenze, sullo studio delle lingue che gli servono per rapportarsi con le altre parti del mondo e con i giocatori che arrivano da altre culture.

E poi, ultimo ma con importanza decisiva, nell’anno sabbatico il direttore sportivo deve ricostruirsi l’archivio di giocatori (Art.: Come e quando archiviare le partite leggi qui). Deve quindi viaggiare molto allo scopo di osservare giocatori che potranno essere congeniali alle squadre dove potrà andare a lavorare, confrontandosi con gli scout allo scopo di sfruttare al massimo la loro sensibilità nel vedere calciatori (Art. Almeno due partite al giorno leggi qui).

Perché quando lavora, non sempre avrà la possibilità di aggiornarsi sui prospetti e sui mercati oltre quello italiano. 

Il fermarsi fa bene perché tipicamente i direttori che rientrano, dopo aver sfruttato al meglio un anno di “riposo attivo”, tornano rinfrancati dalle nuove conoscenze e sovente vincono i campionati. Penso a Giorgio Perinetti che dopo l’anno di riposo post Palermo, ha vinto due campionati di seguito a Venezia; penso a Filippo Fusco che dopo l’anno sabbatico post Bologna, ha vinto il campionato con il Verona. Penso a Nereo Bonato che dopo un anno e mezzo di riposo è tornato a Cremona in una squadra pienamente invischiata nella lotta per evitare la retrocessione per condurla in tre mesi a un punto dai play off. Non possiamo dimenticare in questo contesto Andrea Berta che dopo il riposo successivo all’esperienza con il Genoa, ha iniziato il ciclo vincente dell’Atletico Madrid che dura tutt’ora.

Dopo un po’ di inattività sono appena tornati Sean Sogliano a Padova, Fabio Lupo a Venezia e Pier Paolo Marino a Udine che attendiamo con curiosità perché potranno sfruttare tanto le esperienze precedenti, quanto il riposo impiegato per aggiornarsi e migliorarsi.

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