Perchè i contratti pluriennali agli allenatori?

L’intervista rilasciata recentemente da Luciano Spalletti relativamente alla possibilità di rientrare in panchina al Milan, venuta meno per l’impossibilità di trovare un accordo di buonuscita con l’Inter, con la quale ancora ha due anni di contratto lautamente pagati, lascia ampio spazio alla discussione.

Probabilmente nell’economia della scelta del tecnico toscano di rimanere fermo hanno pesato altre situazioni, come magari considerare che il subentrare in corsa, inutile negarlo, rappresenta sempre un rischio, nella consapevolezza e nella tranquillità di sentirsi forte dell’accordo in essere, potendo scegliere un progetto che inizi nella prossima stagione con l’opportunità di incidere nella scelta dei giocatori, senza invece adeguarsi a una squadra già costruita da altri. Addirittura, il mister di Certaldo avrebbe la possibilità di rimanere fermo anche la prossima stagione, qualora, tra le offerte che gli verranno prospettate, nessuna dovesse incontrare i suoi favori. In questo caso, riceverà insieme al suo staff, lo stipendio fino a giugno 2021. SI leggeva nel sito “calcio e finanza” qualche tempo fa, che la squadra interista ha messo a bilancio tra le poste passive, l’intera somma relativamente agli emolumenti del tecnico per circa 25 milioni di euro.

Quello che risulta certo è che il buon Spalletti non ha minacciato nessuno per avere quell’ingaggio e quella durata di contratto, che è stato definito nel libero accordo tra le parti, per cui, bravo Luciano per l’ottimo deal chiuso.

Quanto detto offre l’opportunità di approfondire circa quanto sia corretto far sottoscrivere ai tecnici contratti pluriennali, soprattutto quando vengono assunti e non c’è conoscenza tra le parti (e non è il caso di Spalletti che ha rinnovato mentre era già in carica da oltre un anno, come neanche Allegri rientra in questa situazione, avendo prolungato l’anno precedente) come per esempio è accaduto per la Sampdoria che ha sottoscritto tre anni di contratto con Di Francesco a cifre importanti e che lo ha esonerato dopo poche partite, a seguito dell’inizio di campionato deficitario per i blucerchiati. Ma questo non rappresenta di certo l’unico esempio! Si potrebbe obiettare che legare a sé un tecnico per molti anni rappresenta l’unico modo per una società di averlo sulla propria panchina. Ma quanti sono gli allenatori in Italia che fanno davvero la differenza? Si potrebbe dire, senza timore di essere smentiti, che sono Conte, Gasperini e Juric. Se si è riusciti recentemente a esonerare Semplici a Ferrara, possiamo ritenere qualsiasi altro mister facilmente sostituibile, soprattutto perché ogni allenatore viene messo in discussione dopo tre sconfitte di seguito o dopo quattro partite non contrassegnate da vittoria.

Si potrebbe anche dire che non è corretto per la squadra di sapere di avere un allenatore a scadenza, ma a Verona, Juric non ha ancora l’accordo per l’anno prossimo e non sembra certamente che stia demeritando, così come Aglietti, sempre all’Hellas, ha vinto lo scorso anno il campionato di B con un contratto di soli quattro mesi.

Avere contratti pluriennali per una società può rappresentare un problema importante perché, da un lato, vincola nella scelta di un altro tecnico e dall’altro, può risultare un fardello pesantissimo sotto il profilo finanziario. L’Inter, per esempio, avrebbe potuto impiegare diversamente quei 25 milioni di euro che ha messo da parte per pagare un mister inutilizzato. Magari avrebbe completato la rosa con ulteriori giocatori di spessore per ridurre il gap con la Juventus e avere la possibilità di giocarsi lo scudetto fino alla fine.

Ricordando a tutti che il miglior tecnico e quello che fa meno danni, una notizia Ansa del 5 Febbraio ci rende edotti circa il fatto che Diego Lopez a Brescia ha firmato un contratto con Cellino fino a giugno 2022 (due anni e mezzo). Quanti sono disposti a scommettere che a quella data sarà ancora lui il condottiero delle rondinelle?

IL MODELLO FAGGIANO



Partire dalla serie C con una squadra che proviene dal campionato dilettanti e vincere altri due campionati consecutivi arrivando in serie A e conseguendo poi la salvezza con un campionato tranquillo non possono che meritare applausi. Beninteso che quando una squadra ottiene costantemente risultati vuol dire che ha una società forte e intelligente alle spalle, che è una verità incontrovertibile da cui non si può prescindere. L’architetto di questo progetto è un giovane direttore sportivo di 42 anni che già nel passato è riuscito a vincere e a portare il Trapani dalla C fino alla finale playoff per la promozione in serie A con Serse Cosmi allenatore e risponde al nome di Daniele Faggiano. Subentrato in corsa alla direzione dei ducali in serie C a dicembre, dopo la poco felice esperienza nel Palermo di Zamparini, ha avuto il merito di scegliere l’attuale allenatore D’Aversa e iniziare un ciclo vincente che dura tutt’oggi e che, al primo tentativo, lo ha portato a vincere i playoff di serie C. Notevoli i meriti nell’aver difeso il tecnico nella prima stagione di serie B dopo cinque sconfitte di seguito e aver raggiunto il secondo posto valido per la promozione diretta.
Analizzando con attenzione come ha condotto il mercato, il comune denominatore è rappresentato dall’aver scelto sempre giocatori di categoria, prima in C, poi in B poi in A. Il concetto di fondo non è assolutamente sbagliato, perché ogni categoria ha giocatori che le sono appropriati e pur apprezzando un tipo di calcio basato sullo scouting – nell’ottica di scoprire un talento prima degli altri che poi possa produrre una plusvalenza – bisogna ammettere che Faggiano ha i risultati dalla sua parte e chi vince, nel calcio, ha sempre ragione. Aggiungiamo poi che la serie A italiana è campionato assolutamente difficile, che necessita di grande esperienza e scelte azzeccate per evitare di bruciare talenti.
L’Empoli per fare un esempio evidente, è retrocesso con una squadra le cui dinamiche rispondono pienamente a quello che rappresenta per le squadre di provincia il calcio ideale, ovvero scegliere e crescere giovani, creando talenti atti a generare 70 milioni di utile, ma è adesso in serie B ed è difficile oggi ipotizzare l’immediata risalita. Anche se, è questo risulta assolutamente fondamentale, con il prossimo bilancio si è assicurato calcio per i prossimi cinque anni grazie alla cassa che ha generato.
Tornando a Faggiano, al primo anno di serie C a Parma, ha aggiunto nel mercato di gennaio  Scozzarella, Munari, Frattali, Di Cesare e Scaglia che hanno regalato la giusta esperienza per vincere gli spareggi. Promosso in B ha messo nel roster Barillà, Siligardi, Di Gaudio, Insigne, Gagliolo e Ceravolo, tutti specialisti della cadetteria per arrivare secondo e salire senza spareggi. In serie A si è giovato dell’esperienza di Bruno Alves dietro, Gobbi e Rigoni a centrocampo, Biabany e Gervinho in avanti che, con l’innesto di Kucka a metà campionato hanno regalato un torneo tranquillo ai ducali. La scorsa estate ha inserito Darmian, Inglese, Cornelius ed Hernani e negli ultimi giorni ha ottenuto Kurtic dalla Spal. La costante è assicurarsi da un lato giocatori di esperienza con molte partite importanti alle spalle e dall’altro, di aver recuperato a buoni prezzi, giocatori che dopo aver fatto molto bene in Italia erano andati all’estero (Bruno Alves, Gervinho e Kucka per fare dei nomi).
Al momento ha ottenuto ottimi risultati e, per attuare il suo calcio,  Faggiano non ha bisogno del reparto scouting, perché acquista giocatori d’esperienza e ampiamente conosciuti, facendo scommesse con altissime probabilità di vittoria. Questa politica necessita però del costante supporto dei risultati e della permanenza nella massima serie. Si potrebbe ovviamente migliorare il tutto inserendo giovani di proprietà, scelti in maniera mirata allo scopo di aggiungere ai risultati sportivi  i risultati economici derivanti da eventuali plusvalenze derivanti da cessioni (Kulusevski apparteneva all’Atalanta e il Parma lo ha valorizzato godendosi il valore sul campo, ma non la plusvalenza nel bilancio). La certezza ormai acquista e’ che il Parma il prossimo anno continuerà a giocare nella massima serie e magari, sulle certezze di un gruppo valido per la categoria, potrà cominciare a inserire talenti che possono aiutare i conti economici dopo i notevoli investimenti degli ultimi anni. 

Saper fare scouting sfruttando gli errori degli altri

Sofyane Amrabat è la vera sorpresa del nostro campionato. Centrocampista centrale che al buon fisico abbina cifra tecnica importante e notevole intelligenza calcistica. Parliamo di un giocatore che, visto in video, dà immediatamente una buona impressione, ma che visto dal vivo, regala sensazioni di completezza per il ruolo rivestito, soprattutto se lo vedi a San Siro contro l’Inter. Giocatore che per impatto fisico in campo, può ricordare nel suo incedere e con le dovute proporzioni, Davids ai tempi della Juventus.

Scorrendo la sua carriera, emerge, a dispetto dei suoi 23 anni, un passato in Olanda prima nell’Utrecht e poi al Feyenoord, che hanno preceduto il passaggio in Belgio al Club Brugge, da cui il Verona lo ha prelevato la scorsa estate in prestito con diritto di riscatto fissato a 3,5 milioni di euro. Ottimo quindi l’impatto del centrocampista nordafricano nel campionato italiano e, probabilmente, in questo contesto, si è giovato dei consigli di un tecnico come Juric che, lo scorso anno, ha avuto l’ardire di fare esordire Romero contro la Juventus, non appena si insediò sulla panchina genoana, che prima del suo avvento, giocava con la Primavera e non aveva mai visto il campo.

Guardare la carriera di un giocatore consente di apprezzare una serie di situazioni e, prima di guardare  quella di Amrabat – dato che parliamo di un atleta dal rendimento alto e costante – ci si poteva aspettare una continuità di partite che lo potessero vedere in campo sempre per novanta minuti (razionalmente un giocatore del genere gioca sempre e non lo si toglie mai!) ed invece, scorrendo la carriera e andando a ritroso nel tempo, si nota con stupore che, lo scorso anno, nel club belga non era titolare e le sue 24 presenze lo hanno visto dall’inizio in campo solo dieci volte e quattordici volte è entrato a partita in corsa.

Per cui, considerando la forza del giocatore, due possono essere le possibilità, o chi giocava al suo posto era più forte (ipotesi che possiamo scartare a priori considerando che quel campionato ha un livello notevolmente inferiore rispetto alla nostra “serie A”) o invece,  chi prendeva le decisioni circa la formazione da mettere in campo, non ne aveva colto le potenzialità e questo può lasciare spunti di riflessione importanti perché, per questo giocatore, il Napoli sta per spendere oltre 15 milioni di euro che risultano una valutazione più che coerente con il valore del marocchino, considerando che rimarrà in terra scaligera per i prossimi sei mesi.

Come più volte sottolineato in passato, qualsiasi allenatore va aiutato con uno staff tecnico adeguato e un direttore sportivo che possa, nel confronto costante, permettergli di evitare errori marchiani come potrebbe risultare il non mettere in campo un giocatore così talentuoso e il suo sbarazzarsene successivamente: Cosa dovrebbe pensare il presidente del Club Brugge che sta vendendo a 3,5 un qualcosa che il mercato valuta almeno 15? Con chi dovrebbe prendersela?

Nel frattempo, l’occasione ci offre l’opportunità per evidenziare che in Italia ci sono squadre che sanno fare scouting a grande livello che, oltre al raggiungimento di risultati in campo (chi avrebbe scommesso circa la classifica attuale del Verona?) consente l’ottenimento di plusvalenze importanti. Amrabat non sarà l’unica per il Verona di Tony D’Amico, direttore sportivo da pochi anni, ma scout di lungo corso, infatti le prestazioni del centrale difensivo kosovaro Rrhamani, giunto questa estate dalla Dinamo Zagabria, non sono passate inosservate e potrebbero produrre un ulteriore introito di altri 15 milioni di euro che, rispetto ai due milioni cui è costato il cartellino sono davvero tanta roba. La morale che ne deriva è che il buon scouting può derivare anche dagli errori di valutazione delle altre squadre.

I danni della nuova regola di ricevere il pallone da dentro l’area di rigore

La nuova regola entrata in vigore quest’anno con la possibilità offerta ai giocatori di ricevere il pallone da dentro l’area di rigore, se da un lato consente di iniziare il gioco con un’azione manovrata che parte dalla difesa, dall’altro ha alimentato a dismisura l’edonismo degli allenatori che vedono nell’opportunità fornita dalla novità, la possibilità di imprimere il loro marchio indelebile alla squadra, quasi come un corollario della loro personalità da imprimere nella compagine che allenano.Far partire il gioco da dietro, con i centrali difensivi posizionati dentro l’area pronti per ricevere dal portiere e con gli esterni bassi posizionati quasi in linea, con l’imperativo di non buttare la palla, ma di gestirla con dei passaggi rasoterra, e’ diventato un “must”  per moltissimi tecnici che, magari, sprecano tante sedute di allenamento per allenare questi concetti, come una sorta di ricompensa per dimostrare la propria mano.La novità, una volta metabolizzata, e’ stata fatta propria da molti team di serie A e non solo, non considerando che per attuarla al meglio, bisogna avere difensori abili palla al piede, che non devono andare in difficoltà se pressati dagli attaccanti avversari. Ma la domanda che ci dovremmo porre e’ quante squadre hanno nelle loro fila difensori “simil Bonucci” con cifra tecnica da centrocampisti ? Non molte, ma la cosa che diverte e inquieta nello stesso tempo, e’ osservare le categorie inferiori, non solo in Italia, con tecnici che impongono a giocatori in chiara difficoltà con il ferro del mestiere, di far partire il gioco da dietro, inconsapevoli che la loro scarsa qualità rappresenterà il miglior assist per gli attaccanti avversari, che saranno messi davanti al portiere non da una verticalizzazione del proprio compagno, ma da un errato disimpegno del difensore opposto.Ma quello che è drammatico e’ che molti allenatori sono persuasi che, far partire il gioco in maniera organizzata dalla difesa, sia il miglior modo di incidere e di fornire il loro “credo” alla squadra, dimenticando il concetto fondamentale che si devono adattare a chi allenano e alle loro qualità tecniche. Caro mister, se ti vuoi salvare e vuoi mantenere il tuo posto di lavoro, devi fare risultato, questa è la verità, cercando di non commettere errori marchiani e, sarebbe molto più facile raggiungere l’obiettivo,  giocando e allenando la seconda palla dopo la rimessa del portiere, magari a quaranta metri dalla porta avversaria, dove se prendi palla hai la possibilità di verticalizzare per le punte o, se viceversa, non riesci a conquistarla, gli avversari devono fare sessanta metri contro una difesa schierata. Concetto estremamente semplice ma che sfugge ai più, come concetto altrettanto semplice e’ che si può perdere una partita per un appoggio errato del proprio difensore nella volontà di costruire gioco. Ma dato che nel calcio c’è anche chi ragiona, il buon Massimo Allegri nella recente intervista rilasciata a Espn, ha dichiarato:  “quando la palla viene rinviata, invece di avere la palla a 20 metri dalla tua porta, c’è l’hai a 70, se ne vinci 18 su 20 di questi contrasti, e’ più difficile che in due occasioni ti facciano gol”. Queste dichiarazioni provengono, neanche a farlo apposta, dal tecnico che ha allenato il miglior attuale difensore palla al piede, Leonardo Bonucci. Meditate tecnici!

Ma cosa sbagliano gli allenatori?

Pochi dubbi si possono nutrire circa il fatto che la maggioranza degli allenatori usciti dal corso di Coverciano sappiano mettere la squadra in campo. È difficile osservare che in una partita dei primi tre campionati italiani, una compagine non abbia le giuste distanze tra i reparti o che sotto il profilo tattico non vengano recepite dai giocatori le dinamiche relative a un determinato modulo di gioco (Art.: E’ il tecnico che deve adattarsi a i giocatori e non viceversa leggi qui). 

Guardando moltissime partite e soprattutto guardando molti tornei esteri, sia in Europa che in Sudamerica (Art. Almeno due partite al giorno leggi qui[VP1] ) , posso confermare che la scuola degli allenatori italiana rimane eccellente. Può infatti capitare magari in determinati i campionati del Nord Europa, che quando una squadra passa in vantaggio, l’altra, allo scopo di recuperare il risultato, possa attaccare con tantissimi uomini, perdendo la prerogativa dell’equilibrio, tipica invece della scuola italiana. Questa situazione può comportare il fatto che la squadra che sta sotto, si allunghi a dismisura, prestando il fianco alle ripartenze del team avversario che, può approfittare per raddoppiare o triplicare le marcature, tanto che in quei campionati spesso abbondano le reti. 

Nel nostro paese possiamo trovare situazioni di scarso equilibrio in campo solo quando una squadra è in inferiorità numerica e magari deve recuperare il risultato perché in svantaggio. 

Fatte tutte queste premesse circa la preparazione tattica dei tecnici italiani, voglio soffermarmi su quelli che ritengo invece essere degli errori importanti, infatti, sono persuaso del fatto che molti tecnici non sappiano adeguatamente scegliere i corretti interpreti da mandare in campo relativamente al modulo di gioco prescelto. Quindi anche grandi mister spesso commettono errori marchiani di sopravvalutazione o sottovalutazione degli uomini a disposizione, scegliendo giocatori non idonei  rispetto alla contesa. Ci sarebbero a proposito situazioni evidenti che hanno portato all’allontanamento di tecnici tatticamente iper preparati, che però si sono resi deficitari nella scelta dei corretti giocatori da schierare in campo. 

Penso a una recente intervista di Fabio Capello che, possiamo ritenere non a torto uno che di  calcio ne capisce, che ha dichiarato che il Milan ha acquistato nell’ ultimo mercato due soli giocatori adeguati al blasone della squadra, Hernandez e Leao, ma questo ultimo ha visto il  campo poco perché ritenuto da Giampaolo anarchico tatticamente, senza considerare invece che il giocatore, sulla base delle risultanze in campo, è in grado di “fare la differenza” se schierato centralmente. E lo stesso Ronaldo, per fare un esempio appropriato, non mi sembra così dentro gli schemi di qualsiasi squadra, ma è in grado di vincere da solo le partite e  non mi sembra che fior di tecnici gli abbiamo riservato la panchina in quanto anarchico (Art.: E’ il tecnico che deve adattarsi a i giocatori e non viceversa leggi qui). 

Ecco perché nell’ambito di una squadra di calcio risulta determinante aiutare l’allenatore nelle scelte e garantirgli un contraltare adeguato da rinvenire possibilmente nella direzione sportiva che possa supportarlo e possa evitargli, attraverso il confronto, la commissione di errori marchiani, tanto nella scelta del modulo più adeguato, quanto nella scelta dei giocatori più giusti per quello schema di gioco. Il responsabile dell’ area tecnica dopo tutto lì ha proposti dopo averli visti esprimersi al meglio nel ruolo a loro più congeniale (Art.: Il legame tra direttore sportivo e tecnico leggi qui). 

Per cui, anche se può risultare strano a credersi, anche gli allenatori più famosi ed esperti possono effettuare sbagli importanti nella scelta dei giocatori da schierare in campo e hanno bisogni di essere aiutati. 


 

IL POSSESSO PALLA COME ATTEGGIAMENTO VINCENTE

Capita talvolta di osservare a video una partita e rendersi conto, trascorsa una mezz’ora (Art. Almeno due partite al giorno leggi qui) , che niente ha catturato la tua attenzione. Pensi che possa essere un tuo difetto di concentrazione e allora, consapevole che non puoi essere sempre al massimo, torni indietro e riparti dall’inizio. Torni allo stesso punto precedente e ti rendi conto che non hai sbagliato e che ti trovi di fronte a una partita dove di fronte ci sono due squadre guidate da tecnici il cui obiettivo è rompere il gioco avversario e magari giocare sulle seconde palle con tanta intensità e ferocia agonistica e con poca qualità. Rompo il gioco e magari attendo l’errore, nella speranza che qualche giocatore ne approfitti e possa scardinare una partita destinata a un risultato ad occhiali. Nulla da contestare a quel mister che, rendendosi conto della scarsa qualità dei suoi (Art.: E’ il tecnico che deve adattarsi a i giocatori e non viceversa leggi qui), non può cominciare il gioco da dietro e portare avanti l’azione con i difensori, ma sarà dura con un gioco sparagnino avere la possibilità di evidenziare talenti.

Capita per contro che ti trovi di fronte a partite dove arrivi alla fine del primo tempo e hai un’idea delle qualità tecniche di ogni giocatore delle due squadre (Art.: Il talento evidente si scopre da solo leggi qui) perché gli allenatori hanno voglia di proporre calcio e sposano un’idea di gioco che coinvolge tutti i giocatori della propria compagine. La realtà è che soprattutto nel nostro Paese il risultato è troppo importante e talvolta vedi giocatori fortemente impauriti che preferiscono la giocata meno rischiosa e più semplice allo scopo di non creare danni alla propria squadra, piuttosto che la giocata magari in verticale che possa liberare l’attaccante davanti al portiere.

“Prendiamoci il punto e se viene qualcosa in più è guadagnato” è l’assioma di certi tecnici. Un pò quello che è successo recentemente alla Juventus in campo europeo a cui si rimproverava la mancanza di personalità e la voglia di imporsi con un gioco “propositivo”.

Ma quello che noto guardando le squadre che hanno nel loro Dna la volontà di esercitare il possesso palla e di provare a offendere l’avversario, è la personalità dei giocatori (Art.: Cosa cerco in un calciatore leggi qui) che sono in grado di smarcarsi per ricevere e hanno sempre un’idea ragionata di quello che devono fare, grazie ad allenamenti finalizzati che poi produce, per contro, una situazione “bizzarra”, ovvero che gli avversari, dopo che gli è stata nascosta la sfera, in quelle rare occasioni che possono proporre gioco, hanno perso l’abitudine a giocare la palla perché in quella partita non l’hanno mai avuta e te la regalano, sbagliando i passaggi o sbagliando gli smarcamenti. Provate a vedere le partite delle nazionali spagnole o delle squadre di Guardiola e noterete quanto possa essere difficile per le avversarie proporre gioco dopo il lungo e logorante possesso palla avversario. E nel far girare la palla, lo scout riesce meglio ad apprezzare le qualità tecniche dei giocatori, questa è la verità (Art.: L’attaccante deve tirare in porta leggi qui). Adesso non voglio dire che i tecnici che fanno possesso palla siano preferibili agli altri, perché i non fanatici di questo approccio come Sarri o  Gasperini per fare qualche nome, propongono calcio piacevole e redditizio ma, indubbiamente, i primi fanno vedere la loro impronta e contribuiscono  generare talenti.


 

DEFENDER NEEDS TO KNOW HOW TO DEFEND

The defender on the style of Bonucci that has feet like midfielder to set the game or to throw long with the possibility of putting the strikers in front of the goalkeeper, like almost everyone. Guardiola has been in love with it for some time and tries every year to acquire him, at the moment without success.

Often hear the coaches that in their “desired” in terms of buying players, they ask for a central defender with “Bonucci” characteristics to indicate a defensive player who has delicate and elegant feet to start the game from behind. As if it were easy to find good ones and with those peculiarities.

The technical players who have sensitivity in the feet have always been extremely appreciated by me. A player who can do interesting and unusual things with the ball, I always look at him with sympathy because the technical gesture is always ready to appreciate it (Art.: What i look for in a player read here).

Often the ability to handle the ball with a delicate foot is not relevant to many players and, over time, I have changed my way of judging the defenders above all, not just focusing on the technical aspect, which I previously thought was basic, but looking at a series of qualities that a good defender must have.

What characteristics must a defender therefore have to capture my attention then?

A good defender needs to know how to defend!

This is the truth. There can be no exceptions. It must prevent an opponent from overcoming it or creating problems for his team. The construction of the game, the long throw, the verticalization, cannot be prioritized but must follow the evaluation of other parameters: that is, how the defender behaves in the one on one, how he plays on the defensive line, if he gives protection to the attacking partner the ball. I have to look then if he has the ability to intercept wandering balloons, if he has the intelligence to understand the outcome of the action and position himself accordingly, if he has strength in the contrasts, if he shines in the air game. And again, if you have a footballing intelligence and then implement the right choice between waiting or anticipating, not always favoring one instead of the other. If it is too impetuous, if it keeps calm in rough situations. How to put the body when it is pointed by the opponent, if it is explosive in the short term in order not to get caught by the fastest attackers

And then, he must possess important character qualities such as competitive ferocity and I also greatly appreciate the ability to lead a department, which is a “plus”.

When it has important success rates in the indicated parameters, I also look at the technical aspect, which may be irrelevant, if a player with poor defensive qualities emerges from the above parameters. I very much appreciate those strong players on the man, who are practically unbeatable in the duels, maybe they are not too technical and, aware of their limits in possession of the ball, they perform the simplest play. Along the lines of those old-fashioned markers that left little room for aesthetics because they were too dedicated to effectiveness.

At this time Chiellini has reached a truly incredible defensive maturity, even though it is not a fine narrator from a technical point of view.

But be careful, the defender must not do damage! Recently in the America Cup I saw (Art.: At least two matches per day read here) an unsurpassable defender, who combined excellent defensive skills with excellent athletic skills. Ball to the foot gave the opponents three balls in the defensive round-the-ball, putting them practically in front of their goalkeeper, as the best of the assist man, going to destroy the good he did in previous moments.

Going back in time, without fear of being denied, I remember Coulibaly that, with Benitez in the first year of Naples, he combined so many, ball and chain, going to frustrate the athletic power that distinguished him.

A really strong defender defensively who responds to a sort of pure defender is the new purchase of Verona Rrhamani, a Kosovar who, if he confirms the qualities demonstrated in the last year in Dinamo Zagreb and in the national team, can be a nice surprise for the Italian championship.

WHAT I LOOK FOR IN A PLAYER

What should I watch to see if a player is valid?

After many years of watching games, I realize that I have metabolized the reference criteria in determining if a player has to be reported. The rules that I had set at the beginning give way to something else, so at the end, I can now say with certainty that it has become a matter of pure instinct. A player strikes me and usually makes me turn on the light, when he responds to a series of characteristics that, a priori, over time, I have defined and codified.

A recurring question that comes to me when I explain what I do is the following: but what do you look for in a player?

A question that deserves clear answers in order to dispel a series of doubts and, possibly, describe a method that I have to recode, given that I have refer to the instinct that I have built over the years with difficulty and share it in a series of rules, which are those that developed process it.

The first thing I observe is the consistency of the player with the role, in the context of the method of playing, which, seems an extremely difficult concept, but which in reality can be explained with simpler words.

Let’s start from the defensive line: I see if it is composed of three or two central defenders, looking for more physically structured defenders if you play with two defenders and maybe with a little more speed on the center-right or on the center-left if you play with three defenders. The full back has to be a mixture of physicality and speed. In midfield I want different characteristics which depending on whether we play for two or three men, with particular attention to the physicality of the interior, if the midfield is composed of three men, who I ask for strength in the legs and, possibly, a good stride. On the way I want at least a strong physically tip that can do well in any offensive module and offensive externals that have great speed and strength.

Once the features I’m looking for clear, I have to find the players who can have that kind of requirement. But how does the research take place? Basically I want a player to be considered valid and to be reported, he must have three qualities from which he deviates very little: I want physicality, technique and football intelligence, understood as the choice of the most correct game at that particular moment in the game. This presupposes great knowledge on the part of the scout of football dynamics, so as to be able to easily judge whether the player at that particular moment in the contest is doing the right thing. An example that makes the most of the idea is represented by that player who can pass the ball to a better placed buddy and instead prefers to be stubborn in a dribble that makes him lose the playing time. Or similar situations that presuppose a choice in a given moment that I claim is the right one.

So, wanting to summarize, a footballer that I mark has, in principle, present peculiarities of good physique, good technique and football intelligence, which justify my report. Obviously we are talking about a series of rules that aim to simplify everything and to constitute a method that, over time, may prove to be valid.

One could rightly object that in this way maybe I could lose the Messi of the situation, just because maybe I might not recognize him as highly physical. The need to be flexible allows me to derogate and establish that, if one of the three requirements is missing, the other two must be so preponderant that they can somehow justify their reporting.

An example of a player who hit me a lot at the European Under-19 Championship last year and who did not physically respond to my fees was Fran Beltran, central midfielder of the Spanish national team: only 170 cm, but an extraordinary player, a sort of magnet for every ball at the height of half the field. So strong that, in the three-handed midfield of this year’s Celta Vigo, it took the place of the central pivot by taking it off to Lobotka (tried several times by Napoli), an equally extraordinary player despite its 172 cm, which had to be sacrificed as internal.

So my instinct arising from having seen an average of at least two games a day in recent years (Art.: At least two matches per day read here) has become a synthesis of the player’s coherence to the role on the one hand and to own the requirements of physicality, technique and football intelligence on the other. Only then will an authoritative position be built in my archive.

E’ IL TECNICO CHE DEVE ADATTARSI AI GIOCATORI E NON VICEVERSA

Dopo tanti anni che seguo il calcio ho imparato quali sono gli schemi preferiti di ogni allenatore. Può sembrare strano, ma credo di conoscere il modulo o i moduli di riferimento dei tecnici che hanno allenato negli ultimi cinque anni in serie A o B italiana. Spero sempre di sorprendermi e vedere un mister attuare uno schema diverso da quello a lui più congeniale, ma alla fine, quasi come una sorta di attrazione, il tecnico cerca di portare nella sua squadra il suo modulo, facendo in modo che sia il team ad adeguarsi a lui e non il contrario (Art.: La match Analysis ti permette di capire l’anima di una squadra leggi qui).

Sono pochi quelli che sono davvero in grado di tagliare l’abito su misura alla squadra e quindi adeguare lo schema di gioco alle caratteristiche fisiche e tecniche dei giocatori a disposizione: Conte è passato dal 4-4-2 di Arezzo ad una sorta di 4-2-4 nelle esperienze di Siena e Bari, per poi arrivare alla Juventus e giocare con un centrocampo schierato a tre uomini, tanto con difesa a tre (3-5-2) che a quattro (4-3-3) e poi andare al Chelsea e vincere il campionato con una sorta di 3-4-3. Praticamente ha vinto con tutti gli schemi, forse gli manca solo il 4-2-3-1.

Il tanto criticato Allegri cambiava schema di gioco di partita in partita a seconda degli avversari e delle condizioni fisiche dei suoi. Partì alla Juventus dal 3-5-2 ereditato da Conte, per poi passare a una difesa a quattro con tutte le varianti possibili e comunque tornare a difendere a tre quando le condizioni fisiche di Barzagli e Chiellini (Art.: Il difensore deve sapere difendere leggi qui) glielo consentivano. Anche lui è stato capace di vincere non fossilizzandosi in un unico schema, parlando più genericamente di concetti che era stato capace di inculcare nei suoi. Sarri è stato bravo a passare dal 4-2-3-1 delle sue precedenti esperienze al 4-3-3 di Napoli, ma non ha mai schierato le sue squadre con una difesa a tre (non vuole essere una critica, perchè parliamo di un “maestro”). Ventura ha sempre lavorato con il 3-5-2 per poi seguire le orme di Conte a Bari e passare ad un 4-4-2 molto offensivo quando gli subentrò, che ha portato anche a Torino per i primi anni, prima di tornare al 3-5-2 che sta proponendo adesso alla Salernitana. Pasquale Marino all’inizio della sua carriera lavorava con il 3-4-3 per poi passare al 4-3-3 negli anni successivi e tornando in certe occasioni alla difesa a tre, mai prescindendo però da tre giocatori offensivi.

Questi sono gli esempi di tecnici che sono riusciti a proporre più moduli di gioco nella loro carriera, poi ci sono quelli che si sono evidenziati per la bravura nel proporre il loro modulo di riferimento: Zeman non ha mai potuto prescindere dal 4-3-3 o Novellino ha vinto molti campionati con il 4-4-2.

Non vedo nulla di sbagliato quando un tecnico ha la fortuna di partire dall’inizio della stagione e cerca di proporre il suo modulo di riferimento andando a scegliere con il direttore sportivo i giocatori adatti (Art.: Chi deve costruire la squadra tra il direttore sportivo e il tecnico? Leggi qui).

Ci lavora dal ritiro e cerca di dare la sua fisionomia al team, insegnando il suo calcio e impartendo i suoi concetti. Il discorso cambia radicalmente se un tecnico subentra in una compagine fatta da altri e cerca di adeguare la squadra ai suoi desiderata, solo perché sa insegnare un solo modulo. Davvero pochi sono in grado di adeguarsi ad una squadra definita da altri e cercare di prendere il massimo dal materiale a disposizione: se hai un mediano che sa solo rompere il gioco e non ha qualità offensive mi dici come fai a proporre un centrocampo a tre (Art.: Il centrocampista deve avere due fasi leggi qui)? Dove lo metti? A fare il regista? E ti inventi che vuoi quantità davanti alla difesa, solo perché conosci e sai insegnare un solo modulo di gioco. E pure è così. C’è addirittura chi subentra nel turno infrasettimanale e propone immediatamente la difesa a tre in una squadra che ha sempre giocato a quattro. Perché è rigido e vede il calcio solo in quella maniera e perché sa dare solo i dettami di quel tipo di modulo.

Ecco dove diventa importante il direttore sportivo che deve fungere da contraltare del mister ed aiutarlo a sbagliare di meno (Art.: Il legame tra direttore sportivo e tecnico leggi qui).  Un giocatore spostato da un ruolo ad un altro dello stesso reparto può passare da essere un giocatore normale, ad uno che fa la differenza.

Per cui il tecnico quando subentra deve, a mio parere, all’inizio non rivoluzionare le abitudini tattiche della squadra e cercare di capire se con un altro modulo la squadra possa migliorare, che non necessariamente è il suo modulo di riferimento, ma che potrebbe addirittura essere quello utilizzato dal precedente mister, cambiando qualcosa magari nell’interpretazione e dando la sua idea di calcio che può essere più offensiva o più difensiva. Più che il modulo, deve correggere gli errori del predecessore o al limite, dato il modulo, cambiare gli uomini in campo, perché magari in panchina ci sono giocatori più forti non considerati dal predecessore o che magari, approfittano del cambio di tecnico per proporsi con maggiore determinazione (Art.: Cosa cerco in un calciatore leggi qui).

Per cui sono richieste qualità di grande flessibilità che, unite all’esperienza, possono dare un’impronta anche da parte del mister che subentra che, non può perdere troppo tempo, ma deve essere in grado di fare la diagnosi e somministrare i giusti correttivi per invertire la tendenza.

L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA

Per giudicare con attenzione un giocatore o una squadra devi osservare quella compagine più volte (Art. Almeno due partite al giorno leggi qui). Non è la scoperta dell’acqua calda, ma un modo per dare un giudizio cercando di sbagliarlo il meno possibile. Tipicamente quando devi seguire un campionato, una squadra andrebbe vista almeno in tre occasioni allo scopo di memorizzare al meglio i giocatori che la compongono e cercare di vederne il maggior numero possibile (Art.: Seguire un metodo di scouting leggi qui).

Se poi ti rendi conto che quel team è ricco di talenti, allora devi aumentare il numero di osservazioni. Può capitare soprattutto quando guardi il campionato argentino (Art.: L’importanza per uno scout della conoscenza analitica del campionato argentino leggi qui) dove è usuale lanciare i giovani e allora può succedere che una squadra non la vedi solo tre volte, ma la guardi il numero di volte corretto per “assaporare” al meglio i prospetti che propone e per valutarli al meglio.

Nell’analisi dettagliata di un club nella ricerca del talento (Art.: La match Analysis ti permette di capire l’anima di una squadra leggi qui), spesso però ti imbatti nel “non talento” ovvero ti rendi conto che quel gruppo risulta monco, in quanto ci sono in campo uno o più giocatori che risultano inadeguati per quel team e per quella categoria (Art.: Quando la squadra la costruiscono i procuratori leggi qui), che gli impediscono di compiere il salto di qualità e che, addirittura, rischiano di compromettere il raggiungimento dell’obiettivo che quella società si è prefissato.

In ogni squadra e in ogni club ci sono giocatori inadeguati, che magari sono pupilli del tecnico e vedono il campo – magari a discapito di altri – che potrebbero dare un contributo decisamente maggiore in termini di qualità.

Recentemente ho relazionato su una squadra il cui allenatore si intestardiva a mettere in campo giocatori troppo distanti dallo standard medio degli altri o della categoria, che poteva migliorare solo con l’introduzione di giocatori normali e dimensionati per il torneo. Il tecnico è stato allontanato e chi è subentrato, solo cambiando quei due-tre elementi ha migliorato decisamente lo score dei risultati (Art.: Chi deve costruire la squadra tra il direttore sportivo e il tecnico? Leggi qui).

Credo che nessun allenatore abbia la bacchetta magica, quindi quando un mister subentra e modifica l’andamento dei risultati in maniera netta, non vuol dire che è un fenomeno, ma vuol dire che chi c’era prima aveva grandi limiti e non aveva colto le potenzialità della rosa, magari dando fiducia a giocatori sottodimensionati o attuando un metodo non adatto alle potenzialità della rosa.

La realtà è che anche nel calcio italiano dove indubbiamente abbiamo i migliori tecnici, qualcuno non eccelle non tanto nell’aspetto tattico, quanto nel comprendere le qualità dei giocatori a disposizione. Magari ha uno staff non adeguato che non risulta capace di supportarlo nelle scelte e ne asseconda le idee errate o peggio, ha un direttore sportivo che non funge da contraltare per il tecnico o per incompetenza o perché soggiogato dalla sua personalità (Art.: Il legame tra direttore sportivo e tecnico leggi qui). 

Il giocatore inadeguato magari lo è per quella categoria, perché troppo giovane o inesperto, o per quella compagine perché magari ha un tasso qualitativo troppo più basso rispetto ai compagni, ma non significa che non possa farsi apprezzare in altre squadre o in altri tornei (Art.: Cosa cerco in un calciatore leggi qui).

La massima corretta è che ogni categoria ha tecnici e giocatori che le sono propri e quindi se un giocatore risulta inadeguato, bisogna avere la forza di fargli fare un passo indietro per farlo crescere.